Numeri, scenari e vincoli del Recovery Plan da Rivista della Domenica

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di Mario Travaglini

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha finalmente illustrato alle Camere nelle giornate di lunedì e martedì il contenuto del PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) inviato poi a Bruxelles entro la scadenza del trenta aprile, così come previsto dalle norme comunitarie. Un piano necessario per accedere alla erogazione di 191 miliardi, dei 31 del Fondo nazionale complementare e dei 13,5 del Fondo React UE.  L’Italia è arrivata a questo appuntamento con il solito ritardo, impedendo di fatto al Parlamento di essere coinvolto in scelte che impegneranno il Paese fino al 2058, anno in cui terminerà la restituzione del debito. Sarebbe stato certamente utile e produttivo se tutte le forze politiche, compreso il partito della signora Meloni, alla luce del sole, avessero messo sul tavolo le loro idee per migliorare il Piano di tal ché assumesse una connotazione “nazionale” e non fosse solo espressione dell’esecutivo ora in carica. La responsabilità è da attribuire alla inconcludenza ed alla incapacità del Governo giallo-rosso che ha costretto l’attuale Primo Ministro a dover lavorare in una situazione difficile, complicata dallo scarso tempo a disposizione  e dalle lacune e incongruenze di un PNRR peraltro già presentato in bozza e sul quale aveva lavorato il solo Ministro Gualtieri.

Cos’è dunque il PNRR ? In estrema sintesi : è un documento che il Governo deve presentare alla Commissione Europea, composto da tante schede quanti sono i progetti e serve a dettagliare per quali investimenti produttivi o in quali incentivi intende impiegare i fondi ricevuti; per ogni progetto occorre indicare la tempistica (cronoprogramma) i passaggi fondamentali (milestones) gli obiettivi attesi (target) e quali uffici dello Stato saranno incaricati per la realizzazione (ministeri, regioni, altri enti locali etc. etc.). Supponendo che tutto vada per il meglio riceveremo entro il 2026 solo 182,3 miliardi di investimenti avendo impegnato 53,2 miliardi per finanziare progetti già in essere adottati con la legislazione ordinaria. Tradotto in annualità significa che riceveremo risorse aggiuntive per circa 30 miliardi all’anno. Una quisquilia.  Se pensiamo che per il solo 2021 occorrerà emettere titoli pubblici per 597 miliardi (fonte ministeriale) onde coprire i rimborsi dei titoli in scadenza ed anche l’ulteriore fabbisogno per gli scostamenti di bilancio già deliberati, ci si rende conto che avremmo potuto fare la stessa cosa  in modo del tutto autonomo evitando di mettere in piedi un carrozzone  burocratico che impegnerà tempo e risorse sino al 2026, così come ampiamente argomentato  negli articoli linkati in calce .                                                           

Intanto aspetteremo ancora due mesi prima che la Commissione completi l’esame di tutti piani e faccia partire il bonifico dei fondi che, ricordo agli entusiasti di professione, produrranno, come previsione più ottimistica, una crescita del PIL per 10/12 miliardi. In modo molto rispettoso mi permetto di porre una domanda : era la via giusta per uscire dall’impasse ? La risposta che mi sono dato è la seguente : Sicuramente utile ma molto meno efficace dall’effetto immediato e poderoso che  in quel momento (marzo 2020) sarebbe stato necessario. Sto dicendo, in sostanza, che i fondi che arriveranno fino al 2026 sarebbero serviti a marzo 2020  e che facendo da soli (vedasi link in calce) avremmo evitato di mettere in ginocchio interi comparti produttivi con chiusure, fallimenti e  conflitti sociali che in queste ultime settimane hanno infiammato le piazze italiane.

1 (https://www.civiltaitaliana.eu/slider-civilta-italiana/italien-patatrac/ )            

2  ( https://www.civiltaitaliana.eu/slider-civilta-italiana/a-babbo-morto-____________di-mario-travaglini/ )

3  ( https://centralmente.com/2021/04/11/travaglini-possiamo-fare-da-soli/ )

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