AGRICOLTORI : NOTE A MARGINE

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di Mario Travaglini

 Torno sulla questione agricola dopo che la settimana scorsa a Bruxelles  i trattori europei hanno messo a soqquadro l’intera città esprimendo in modo veemente tutto il loro malcontento. Direi anche giustamente. Che si tratti di agricoltori olandesi che protestano contro la prevista riduzione del numero di allevatori, di agricoltori tedeschi che si oppongono al previsto aumento delle tasse sul gasolio, di agricoltori francesi che si lamentano dei margini complessivi sui loro prodotti, di agricoltori italiani  che non riescono più a trasferire sui prezzi di cessione i costi di produzione diventati insopportabili,  gli agricoltori di tutta Europa si sono sollevati contro una regolamentazione eccessiva.

 Molti oppositori sostengono che gli agricoltori sono motivati unicamente dalla preoccupazione di perdere  gli aiuti. Penso però che questa sia una visione molto unilaterale della questione; sì, la maggior parte degli agricoltori riceve pagamenti diretti nell’ambito della Politica agricola comune e che il PAC costituisce gran parte del bilancio dell’UE. Ma ciò che spesso viene trascurato in questo dibattito è che gli agricoltori sono anche notevolmente ostacolati dalle normative esistenti che li obbligano a non coltivare alcune porzioni della loro terra. Che si tratti della politica di messa a riposo di Bruxelles per mantenere alti i prezzi di mercato, o delle norme UE per mantenere i terreni agricoli incolti per contribuire alla rigenerazione del suolo, i burocrati spesso danno la sensazione di conoscere la professione agricola meglio degli stessi agricoltori. Il fatto è che  gli agricoltori non vogliono dipendere dagli aiuti, ma sono costretti a subirli a causa di un sistema normativo incomprensibile e coercitivo. Direi anche che il PAC deve scomparire, ma perché possa scomparire è necessario che gran parte del sistema normativo venga cancellato.

Prendiamo l’esempio della strategia “Farm to Fork” (1). Essa dovrebbe rendere il sistema alimentare più sostenibile dal punto di vista ambientale, ma in realtà fa il contrario, aumentando, da un lato, le emissioni di anidride carbonica  con la produzione di alimenti biologici spesso coltivati in serra e, dall’altro,  poiché questi richiedono più energia per ottenere lo stesso risultato, aumentando i prezzi per i consumatori finali. Il problema è, dunque, nel suo complesso europeo. E la risposta politica della Commissione alle proteste degli agricoltori è stata sì significativa ma nel contempo insufficiente e contraddittoria, messa giù al solo scopo di prendere tempo e distogliere l’attenzione  sul tema in vista delle prossime elezioni del giugno prossimo. La prova di quanto asserisco la troviamo nel fatto che il Governo di Bruxelles ha ritirato la direttiva principale del programma che riguardava l’uso sostenibile dei pesticidi, impegnandosi vagamente a dimezzarne l’uso entro il 2030. Una decisione che denota, in sostanza, tutta la sua debolezza e certifica che l’unico punto sul quale occorreva fermezza, perché strettamente connesso alla nostra sicurezza alimentare, è stato immolato sull’altare di un compromesso dettato dal solito opportunismo politico.

Poc’anzi ho detto che il problema è europeo, ma sappiamo tutti che l’Europa è stata egemonizzata dalla Germania e, in misura minore, dalla Francia e dall’Olanda. Oggi che il problema agricolo li investe in modo più violento di altri paesi si accorgono di essere improvvisamente vulnerabili. Ecco perché il ministro tedesco dell’Agricoltura Cem Özdemir, nella considerazione che l’80% dei tedeschi che non ha alcun legame con il settore agricolo esprime sostegno alle proteste dei contadini, qualche giorno fa ha affermato: “ ….Non permettiamoci di diventare più simili agli Stati Uniti. »  e si è affrettato a rinunciare all’aumento delle tasse sui trattori ed a prolungare  le agevolazioni fiscali sul diesel per un periodo più lungo.  La stessa cosa sta accadendo attualmente in Francia, Polonia e Romania, dove gli agricoltori protestano contro gli effetti delle normative europee e della riduzione dei margini sui loro prodotti. La realtà mostra come da più di un decennio i governi  europei al guinzaglio di quelli tedeschi hanno perseguito un’agenda verde devastante che ha portato all’aumento dei prezzi di carburante, elettricità e gas. La Germania è diventata dipendente dal gas russo, poi ha gradualmente smantellato le centrali nucleari perfettamente funzionanti, prima di decidere che tutti i contribuenti dovevano pagare ancora di più per il privilegio di avere uno dei costi energetici più alti del continente. Di conseguenza, i socialdemocratici e gli ambientalisti sono diventati impopolari e rischiano di essere sconfitti alle prossime elezioni. I leader europei possono affrontare questo problema in due modi. O riconoscono che il settore agricolo è eccessivamente regolamentato ed aprono una strada per porre fine alla dipendenza dai sussidi, oppure capiscono che la sicurezza energetica e la riduzione delle emissioni di gas serra richiedono l’uso dell’energia nucleare e costituiscono la base per costituire una prospera area  industriale sovranazionale europea. Nel caso in cui queste due opzioni dovessero rimanere lettera morta tutti quelli che non sono d’accordo con loro finiranno per passare come cialtroni disinformati o, peggio, come pericolosi  negazionisti.

(1)  è una strategia secondo la quale “i sistemi alimentari devono urgentemente diventare sostenibili e operare entro i limiti ecologici del pianeta” e che “la sostenibilità deve ora diventare l’obiettivo chiave da raggiungere”.

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