MODELLO REAGAN PER IL NOSTRO PNRR, MA… ATTENTI A BIDEN

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di Mario Travaglini

Qualche settimana fa gli economisti liberali di mezzo mondo nelle loro riunioni carbonare  hanno festeggiato il 40° anniversario della rivoluzione fiscale introdotta negli Stati Uniti dal Presidente Reagan. Una rivoluzione che col passare degli anni è stata accettata e recepita in moltissimi paesi tanto da suggerire ai due teorici dell’epoca, Arthur Laffer e Stephen Moore, di festeggiare la ricorrenza con un articolo pubblicato dal Wall Street Journal  con il quale hanno voluto ricordare come il coraggio del Presidente sia stato fondamentale per uscire da  una lunga recessione ed avviare  un periodo di espansione e di benessere senza precedenti. L’articolo è molto circostanziato e contiene numerose cifre di carattere tecnico che i due autori utilizzano per mettere in guardia il nuovo Presidente Biden  affinché desista dall’intendimento di smontare quel paradigma di politica economica (Reaganomics) per tornare al“That ’70s Show”. 

Non mi permetto di entrare nel merito di quelle cifre ma ne utilizzerò qualcuna per tentare di spiegare come un ritorno al passato in America potrebbe essere dannoso anche per l’Europa e per l’Italia in particolare.  Cosa ha dunque intenzione di fare il Presidente Biden ? Egli ha proposto una inversione della politica fiscale attraverso la quale aumentare sensibilmente  molte aliquote, alzare senza limiti la spesa per il welfare, far salire le aliquote inerenti le plusvalenze, sia immobiliari che mobiliari, e maggiorare in modo sostanziale le aliquote di successione. Insomma il quadro impositivo di Jmmy Carter che fece piombare gli Stati Uniti nella recessione, con aliquote salite fino al 70 % , un’inflazione al 14%  ed un indice di miseria (disoccupazione più inflazione) al 22%, verrebbe ripristinato completamente e,forse, addirittura peggiorato. E’ opportuno ricordare che nell’arco temporale che va da 1981 al 1989, Reagan persuase gli americani che per uscire dall’impasse occorreva ridurre la disoccupazione e stabilizzare i prezzi agendo sul freno normativo e fiscale allo scopo di ridare forza alla produzione ed al lavoro . Alla fine di quel periodo i risultati furono strabilianti tanto che l’inflazione scese al 4%, l’indice della miseria  fu dimezzato, il PIL crebbe ad un tasso del 7,3% mentre le entrate federali pur con aliquote ridotte aumentarono del 60% .

Il Pil in rapido aumento aveva in sostanza rappresentato la miglior garanzia contro il malcontento e la combattività dei sindacati che a lungo andare avrebbe potuto disorganizzare i processi produttivi delle industrie.

E’ indubitabile che gli Stati Uniti tracciarono una rotta sulla quale si sarebbero poi incamminati tutti gli altri paesi industrializzati, specialmente europei,  innescando un processo evolutivo caratterizzato da una politica economica d’impronta privatistica  in cui veniva esaltata l’autosufficienza dell’individuo rispetto allo Stato assistenzialista. Il Regno Unito fu il primo paese europeo ad  abbracciare le teorie economiche statunitensi e gli effetti furono subito evidenti con un aumento della produzione industriale ed una diminuzione della disoccupazione tanto che i famosi sindacati britannici del carbone furono costretti ad un sostanziale ridimensionamento. 

E l’Italia ?  Non pervenuta! Purtroppo . Siamo rimasti agli anni ottanta perdendo in tre decenni non solo tutte le occasioni per restare agganciati alle fasi mondiali del rilancio economico ma abbiamo fatto ancora peggio . Siamo infatti riusciti ad aumentare il già pesante fardello delle imposte a carico delle famiglie e  del ceto produttivo introducendo balzelli e imposte vessatorie che hanno finito per bloccare lo sviluppo e la crescita; vedasi,  ad esempio,  l’assurda introduzione dell’Irap voluta nel 2008 dal ministro comunista Vincenzo Visco, imposta in assoluto tra le più improduttive e ancora oggi in vigore sebbene sia stata più volte modificata ma mai cancellata. Recentemente, a dire il vero, ci sono stati timidi tentativi di dare un indirizzo diverso alla nostra politica economica e fiscale ma sono rimasti del tutto velleitari, sommersi,come al solito, da una montagna di parole inutili, prive, cioè, della valenza operativa necessaria per cambiare le cose. Queste potranno prendere una piega veramente nuova solo  quando si avrà il coraggio di affrontare seriamente il tema della riforma complessiva del fisco (shock fiscale), pensare ad una occupazione non garantita dall’assistenzialismo, mettere in campo iniziative volte ad incoraggiare l’attività privata e il libero mercato, ridurre la spesa pubblica ed eliminare la burocrazia. Non so se  Il Presidente Biden, dopo la catastrofe afgana,avrà ancora la forza politica ed il sostegno popolare per attuare il suo progetto; qualora,però esso dovesse andare in porto potrebbe mettere a rischio la evoluzione della nostra politica economica che con l’arrivo 200 miliardi di aiuti europei legati al PNNR potrebbe finalmente prender il volo.                

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