TI FACCIO NERO…

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di Pierluigi Palmieri

Non arrendetevi mai, anche quando le cose vanno male. Bisogna provare ad avere fiducia, a crederci, perché aiuta a stare meglio e spesso fa andare meglio le cose. So che in alcuni casi la malattia non può essere sconfitta anche se una persona ci mette tutta la forza di volontà possibile. Però non ci si deve abbattere. Se rimani positivo, magari la malattia può prendersi il tuo corpo, ma non la tua animaFrancesco Acerbi

Qualche anno fa mi fu recapitato, insieme ad altri quattro, un libro edito da Sperling & Kupfer intitolato “ Tutto Bene”. Era inserito nella cinquina finalista  del Premio Bancarella Sport 2016 ed era stato scritto da Francesco Acerbi.  Come rappresentante del Panathlon International ero tra i cinquanta membri della Giuria che, in forma anonima, avrebbero spedito la scheda con il libro preferito. Nel 2016 il premio della Fondazione del Libro e dei Librai di Pontremoli fu vinto da Giovanni Trapattoni con il suo Non dire gatto scritto con Bruno Longhi, che in classifica superò al Fotofinish  Francesco Moser con il suo Ho osato vincere e Acerbi appunto. Legato alla segretezza del voto e all’anonimato non rivelerò a distanza di anni il titolo scelto in quella occasione, ma,  posso dire che, le pagine di Tutto Bene hanno lasciato il  segno in un lettore che ne ha lette a migliaia negli anni successivi, comprese quelle delle altre “cinquine ” finaliste del Bancarella. Acerbi, insieme ad Alberto Pucci, vi descrive, come recita il sottotitolo del libro, la sua “doppia vittoria sul tumore”.  

Da dove nasce Tutto Bene? Francesco Acerbi nel luglio 2013, scopre di avere un tumore al testicolo. Deve affrontare subito un intervento chirurgico e poi la chemioterapia quando la malattia si ripresenta qualche mese più tardi. “Ho ripreso le cure” -testimoniò nel novembre del 2016 sul sito del CNAO – “ ho dovuto affrontare diversi cicli di chemioterapia. E’ tornata la paura ma anche la voglia di guarire e tornare in campo. Oggi sto bene”.

La presentazione per il Bancarella contiene passaggi  coinvolgenti ai limiti della commozione:

Inizia con “Prendete un ragazzo, mettetelo in campo e fatelo correre dietro a un pallone. Poi prendete lo stesso ragazzo e fatelo sdraiare in un letto di ospedale, pronto per essere operato d’urgenza”.  Parla  con coraggio e disincanto dei momenti più difficili della sua vita, dell’operazione, della chemioterapia e di come abbia saputo tener testa al tumore, sconfiggendolo due volte e rientrando in campo più forte, sia come giocatore che come uomo.

Dal 2016 ad oggi Acerbi, ha dato prova  senza soluzione di continuità che la sua  forza e la sua umanità, si sono ulteriormente consolidate.  Prova ne sia che chi scrive ogni qualvolta lo vede giocare non può evitare di pensare all’Acerbi uomo e alla sua lotta con il tumore, all’Acerbi uomo e non al calciatore. Ma domenica scorsa,  con addosso la maglia dell’Inter, dopo un scontro di gioco, ha  apostrofato  con parole minacciose il centrale  del Napoli Juan Jesus, il quale nell’immediato le ha addirittura considerate “razziste”.  “Vai via sei negro” avrebbe sentito  il difensore brasiliano, mentre Francesco Acerbi ha riferito di aver detto “ti faccio nero”.  

Premetto, a rischio di essere considerato fazioso, che, in considerazione di quanto fin qui esposto, sono propenso a dare credito ad Acerbi,  ma voglio evidenziare come la risonanza mediatica che il caso ha avuto e la ricerca  a tutti i costi della frase “originale”, ricorrendo addirittura all’Intelligenza Artificiale per l’interpretazione del labiale di Acerbi, ai miei occhi appaiono esagerate quasi da “Grande Fratello orwelliano”, se non controproducenti, proprio in termini di lotta al razzismo. Da combattere e da punire è il razzismo che si manifesta sugli spalti con il cori demenziali e premeditati del tifo organizzato. Le frasi irriguardose o minacciose scambiate tra giocatori in campo mentre l’adrenalina è a mille, devono essere valutate dall’arbitro tempestivamente e punite con l’ammonizione o con l’espulsione e poi con l’eventuale  squalifica. Se l’arbitro non ha sentito nulla i processi “a posteriori” e soprattutto le relative sentenze potrebbero contribuire a rendere ancor più caotico il mondo del calcio, che in materia di “malattie”  non può proprio dire di passarsela bene.

Voglio concludere quindi con una considerazione ottimistica rispetto all’eco mediatico del caso Acerbi – Juan Jesaus , prendendo per buone le parole che il brasiliano ha rivolto al giovane calciatore Mohamed Seick Mane pubblicate sul sito del Napoli Calcio. Eccole: “..Ci sono allo stadio ancora tante persone che non hanno consapevolezza che possono ferire…” e “Chi è razzista ha il cervello piccolo, tu devi ricordarti di essere qui per realizzare il tuo sogno di diventare calciatore ed essere consapevole di quello che sei, devi avere un carattere forte..”

Francesco Acerbi non è razzista perché …ha un cervello grande, … ha realizzato il suo sogno di diventare calciatore … ha un carattere forte, e soprattutto non era tra i dementi che lanciano insulti dagli spalti. Non è un caso che per il Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, le sue dichiarazioni che ho inserito nell’incipit costituiscono un prezioso messaggio per le persone che vivono la malattia.

Tutto bene!!

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