Stato di emergenza: necessario il circolo virtuoso

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di Mario Travaglini


Dopo  diciannove mesi di COVID sembra che la vita possa riprendere lentamente e      con molte difficoltà il suo corso. Per l’industria italiana, anche se si sta liberando di questo peso, le cose restano ben complicate : pandemia o non pandemia  il nostro Paese perde ineluttabilmente terreno nell’ambito della competizione mondiale . Molti entusiasti di professione ci assicurano che tutto questo non è grave, che la nostra economia è solo in fase di trasformazione e che i servizi e il turismo continueranno a contribuire al Pil nazionale con rinnovato vigore.

Mi permetto sommessamente di dissentire .  La storia, economica e non, dovrebbe insegnare che il processo di deindustrializzazione precede sempre  quelli della devitalizzazione e della dipendenza. Ricordo che negli ultimi trenta anni sono stati persi circa due milioni e mezzo di posti di lavoro di cui circa un milione nel solo periodo Covid, senza contare quelli che verranno ulteriormente persi nel momento in cui la droga del “non licenziamento” verrà fatta cessare per decreto. Se a questa tendenza si aggiunge poi che una parte del mercato europeo è in costante diminuzione si capisce meglio come l’Italia paghi molto caro il suo deficit di competitività.

Una infinità di convegni e tavole rotonde, diversi rapporti di esperti al soldo di variegati Governi hanno descritto compiutamente le ragioni  all’origine dell’emorragia senza che alcuno vi abbia seriamente posto rimedio, lasciando che l’eccessivo costo del lavoro continuasse metodicamente a far danni. Siamo diventati i campioni indiscussi della tassazione attraverso una profusione di norme, spesso contraddittorie tra loro, che ogni Governo giura di voler combattere ma che alla fine non cessano mai di essere incrementate. Per invertire la tendenza non ci rimane che  sperare in Brunetta e Draghi, prima che quest’ultimo si dimetta per occupare la poltrona del Quirinale. Di fronte ad una concorrenza sempre più forte proveniente da paesi più pragmatici e meno naif del nostro e con una inflazione alle porte le  riforme della Pubblica Amministrazione, della Giustizia e della “burocrazia” in genere sono diventate quindi  urgentissime, proprio per evitare l’indebolimento di alcuni settori della nostra eccellenza produttiva, come il settore automobilistico, della moda, dell’alimentare e della farmaceutica. Un altro versante parimenti preoccupante è quello della formazione : ci stiamo specializzando nella tecnica del cosiddetto “rilascio”, ovvero di lasciar partire all’estero le nostre migliori intelligenze che,al contrario, dovrebbero essere la chiave per impostare i successi industriali del futuro.

Insomma  l’Italia permette ai nostri migliori giovani di far carriera all’estero dove ricevono attenzioni e mezzi per svolgere il loro lavoro di ricerca senza subire le vessazioni, i ritardi o, ancor peggio, subire il famoso principio della “precauzione”, tipica invenzione tutta italiana per fabbricare immobilismo. All’elenco non esaustivo, dei malanni che affliggono il nostro sistema produttivo non può mancare il coacervo di nome che mortificano il lavoro. Intendo riferirmi in modo specifico ai vari provvedimenti assunti  per soli fini elettoralistici che hanno finito per creare una vera e propria malattia sociale : quella del “non lavoro”. Basta un economista di campagna come me per far capire come i 10 miliardi del reddito di cittadinanza, i 10 per quota cento ed i 10 per gli 80 euro di Renzi  non abbiano prodotto un solo posto di lavoro in più,  finendo, anzi, per aggravare il già gigantesco debito pubblico che lasceremo in eredità ai nostri giovani. Le stesse risorse se indirizzate verso il sistema produttivo avrebbero avuto almeno due effetti positivi : educare al lavoro come fonte imprescindibile di realizzazione personale e motore indispensabile per attivare quel circolo virtuoso di cui ho spesso parlato sulle colonne di Civiltà Italiana, ossia più lavoro – più consumi –  più gettito- più investimenti – più welfare – più benessere.

Sta invece passando il messaggio che non è più necessario lavorare,  tanto che la maggior parte di coloro che erano stati posti in smart working o in cassa integrazione  hanno visto il ritorno in ufficio o in fabbrica come una punizione ovvero la fine di una agiatezza che sarebbe dovuta diventare obbligatoria; insomma c’è addirittura il rischio che la fine delle agevolazioni possa alimentare paradossalmente anche la rabbia sociale per quello che la gente ritiene ormai la perdita di un diritto acquisito.

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